
L’indagine congiunturale di Confindustria Reggio Emilia restituisce per il secondo trimestre 2026 il quadro di una manifattura reggiana che continua a crescere, ma con una spinta più selettiva rispetto a quanto registrano nei primi tre mesi dell’anno. Rispetto allo stesso trimestre del 2025 la variazione della produzione industriale si mantiene in territorio positivo (+3,2% tendenziale) e il fatturato complessivo cresce del 3,1%, ma il contributo dei due mercati si divarica: l’estero sale del 3,9% mentre l’interno torna in negativo con -1,1%. L’occupazione resta sostanzialmente ferma (+1,0%).
Il dato di sintesi va tuttavia letto con prudenza. La crescita è concentrata nelle imprese di minore dimensione: la media ponderata per numero di addetti scende all’1,2% sulla produzione e diventa negativa sull’occupazione (-0,3%), segno che le realtà più strutturate si muovono molto più lentamente e la tenuta complessiva resta legata ai mercati esteri.
Sul trimestre appena concluso i giudizi delle imprese restano complessivamente favorevoli: il 38,5% segnala ordini totali in aumento contro il 25,6% che li vede in calo, mentre le giacenze si riducono. Gli ordini esteri risultano in equilibrio, con quote identiche di imprese in aumento e in diminuzione (28,2%).
Le attese per i prossimi mesi segnano invece un cambio di passo: per la prima volta il saldo fra previsioni di aumento e di diminuzione è negativo su tutti gli indicatori. Sulla produzione il 53,7% delle aziende non prevede variazioni, il 29,3% si attende un calo e il 17,1% un aumento. Analoga la dinamica degli ordini complessivi (48,8% stabili, 34,1% in flessione, 17,1% in miglioramento), mentre gli ordini esteri registrano il segnale più debole: solo il 9,8% delle imprese ne prevede una crescita, contro il 26,8% che ne prevede una riduzione. Sul fronte dell’occupazione domina la tenuta: il 76,9% non si aspetta cambiamenti nei livelli di addetti.
A pesare sulle prospettive è soprattutto la dinamica dei costi. Il 95,2% delle imprese dichiara aumenti nel costo delle materie prime, con oltre un quarto del campione che indica incrementi superiori al 10% rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno e il 90,5% segnala rincari nella logistica. Per l’81,0% questi costi stanno erodendo i margini e per il 14,3% la situazione è già critica. Non si tratta però di un problema di disponibilità: solo il 16,7% riscontra difficoltà di approvvigionamento e il 73,2% non prevede di diversificare i propri mercati di fornitura. Le catene di fornitura funzionano, semplicemente costano di più.
Limitata, e concentrata su poche imprese, l’esposizione diretta alle tensioni nel Golfo Persico: il 7,1% del campione dichiara impatti negativi sull’export, mentre per la metà delle aziende l’area non rappresenta un mercato di riferimento. Per chi è coinvolto, tuttavia, l’effetto è pesante, con una contrazione media dell’export dichiarata di circa il 24% nel primo semestre 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025.
Per le imprese reggiane la priorità, nei prossimi mesi, sarà difendere marginalità e competitività in un contesto che continua a essere condizionato da instabilità internazionale, costi energetici e logistici elevati e, soprattutto, da una domanda interna che non riparte. Se il quadro geopolitico dovesse stabilizzarsi e i consumi domestici recuperare, i segnali positivi dei primi sei mesi potrebbero trovare continuità; in caso contrario, il rischio è quello di un rallentamento nella seconda parte dell’anno, soprattutto nei comparti più energivori e più esposti ai mercati esteri.
“I numeri del secondo trimestre restano positivi, ma il segnale che ci arriva dalle imprese è un altro: il mercato interno torna a perdere terreno, l’occupazione è ferma e per la prima volta le previsioni sono negative su tutti gli indicatori, ordini esteri compresi” – commenta Alessandro Malavolti, Presidente di Confindustria Reggio Emilia – “La crescita si regge sull’export e sulle imprese più piccole, mentre i costi di materie prime ed energia stanno erodendo i margini di oltre otto aziende su dieci. Le imprese più strutturate, che da sempre sono traino di investimenti e occupazione, mantengono una linea di estrema cautela. Non per ultimo occorre evidenziare come il quadro internazionale resti fortemente instabile. Sull’orizzonte economico gravano anche le elezioni di midterm americane, la cui incertezza politica minaccia di alimentare la volatilità e paralizzare gli investimenti, con ripercussioni concrete sui flussi commerciali della produzione manifatturiera. Servono risposte su tre fronti molto concreti: il costo dell’energia, la certezza pluriennale degli incentivi agli investimenti e una domanda interna che oggi non c’è. Le nostre imprese hanno dimostrato di saper reggere shock ripetuti, ma non possono continuare a farlo contando solo sulle proprie risorse”.














