Home Economia In Emilia-Romagna il commercio soffre per il Covid ma non tutto

In Emilia-Romagna il commercio soffre per il Covid ma non tutto

 

Foto di Igor Ovsyannykov da Pixabay

I vincoli alla mobilità, le chiusure degli esercizi commerciali e dei luoghi di scambio sociale per cercare di contenere la pandemia, stanno generando effetti problematici, ma con una evidente polarizzazione. Tanto che per alcuni settori del commercio va molto male, per altri invece meglio. E’ questa l’indicazione dell’indagine congiunturale realizzata da Camere di commercio e Unioncamere Emilia-Romagna.

Il quarto trimestre. Con la recrudescenza della pandemia, le vendite a prezzi correnti hanno subito una nuova e più ampia flessione (-3,1 per cento) nel quarto trimestre del 2020 rispetto all’analogo periodo del 2019 per gli esercizi al dettaglio in sede fissa dell’Emilia-Romagna. Però, l’andamento congiunturale non è stato affatto univoco. Appare evidente che l’epidemia di coronavirus ha accentuato decisamente i processi di cambiamento in corso da anni nel settore del commercio e ha introdotto elementi nuovi.

Le tipologie del dettaglio. Le vendite dello specializzato alimentare si sono ridotte solo dell’1,1 per cento. Invece, il dettaglio specializzato non alimentare ha subito una caduta sensibilmente più ampia (-7,6 per cento). Al contrario, iper, super e grandi magazzini hanno nuovamente beneficiato della situazione, grazie alla capacità di gestire la difficile contingenza e alle consegne a domicilio, ottenendo un nuovo notevole aumento delle vendite, in particolare, il più forte incremento tendenziale dall’avvio della rilevazione nel 2003 (+9,3 per cento).

 

Il 2020. Nel complesso il commercio al dettaglio ha risentito pesantemente degli effetti della pandemia e il 2020 si è chiuso con una riduzione delle vendite del 5,6 per cento, che costituisce la caduta più ampia dopo quelle subite a seguito della crisi del debito sia nel 2012 sia nel 2013 (-5,7 per cento in entrambi gli anni).

Il fattore rilevante è dato dal fatto che, rispetto ad allora, la differenza dell’andamento delle vendite tra le tipologie del dettaglio è enormemente superiore, tanto che non è mai stata così ampia. Le vendite della distribuzione specializzata alimentare hanno contenuto il taglio al 2,0 per cento, mentre quelle delle imprese specializzate non alimentari hanno accusato decisamente gli effetti delle restrizioni imposte e registrato la caduta più ampia mai sperimentata dall’inizio della rilevazione (-10,2 per cento). Al contrario ipermercati, supermercati e grandi magazzini hanno decisamente beneficiato della situazione realizzando un incremento delle vendite del 4,9 per cento, il miglior risultato conseguito dal 2007 per questa tipologia distributiva.

Il registro delle imprese. La pressione sulla base imprenditoriale si è di nuovo lievemente ridotta. Le imprese attive nel commercio al dettaglio erano 42.715 al 31 dicembre 2020. Rispetto ad un anno prima la loro consistenza è diminuita del 2,0 per cento (-879 unità).

Gli effetti della pandemia sulla demografia delle imprese si potranno valutare a pieno una volta che gli strumenti di salvaguardia introdotti saranno rimossi.

Per forma giuridica, l’andamento negativo è dato da una più veloce diminuzione delle società di persone (-3,9 per cento, -352 unità) e da una più ampia riduzione delle ditte individuali (-660 unità, -2,2 per cento). Le prime risentono dell’attrattività della normativa delle società a responsabilità limitata, che determina un incremento assai più contenuto delle società di capitale (+2,9 per cento, +137 unità).